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Vecchio 18-04-2012, 10:29
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14 apr 2012: Intervista Aftenposten

E' un'intervista molto lunga e ho pensato che meritasse tutto il suo spazio. Leggete attentamente e troverete molte, molte, molte risposte sulle decisioni che stanno prendendo relativamente al tour, alla promozione e non solo...
In corsivo, grassetto, gli interventi di Morten.

Un uomo senza legami
(c’è un doppio senso nel titolo originale dell’articolo: Mann uten band che si significa sia “Un uomo senza legami”, sia “Un uomo senza Band”, cioè senza il suo gruppo musicale.)

Di Robert Veiåker Johansen.
Fonte: http://www.aftenposten.no/kultur/musikk/Mann-uten-band-6804302.html#.T4oKbtU-eSo (CON VIDEO)

Morten Negli studi universal Norway, appena truccato, indossa una camicia bianca, pronto per fare quello che fa da 25 anni: mettersi in posa per una foto.

É durata quatto giorni la promozione. Quali città tedesche ha visitato? Non lo so, risponde. Quali sono i nomi delle stazioni radiofoniche dove ha rilasciato interviste? Non me lo ricordo. Tutto quello che Morten Harket sa è che è stato spossante. Come gironzolare con un guinzaglio al collo, dice Morten riguardo al lavoro di promozione. Ora resta solo un’ultima foto da fare. È il turno della rivista BILD. Poi è finita. Dopo può tornare a casa dove non c’è nessuno che gli chiederà se sono amici o nemici con Paul e Magne o come si sente ogni volta che canta "Take on me". Ma nel giardino botanico ad Amburgo, Morten Harket è stufo e fa’ i capricci.
- Non intendo posare come una scimmia in una giungla finta. L’ho fatto una volta negli anni ’80, ma non ora. Non sarebbe naturale – dice al fotografo, guardando di traverso le piante che la rivista vorrebbe utilizzare come sfondo.
- Lo odio. Mi invecchia l’animo di dieci anni. – insiste Harket prima di trovare un compromesso: camminare tra le piante, senza fermarsi e senza guardare in camera.
- Sorridi, per favore – chiede il fotografo.
- Scatta la foto e basta.
- Un sorriso, suvvia.
- Non chiedermi di sorridere. Non sono il tuo bambolotto canta e balla - stronca Morten Harket.

Nessuno con quel nome
Amburgo, 18 ore prima: il manager di Harket, Harald Wiik lascia un messaggio: “Appuntamento allo Hyatt Park ore 21.30. Chiedere alla reception di chiamare la stanza numero 425. È lì che alloggia. Contattatemi se ci sono problemi.
Allo Hyatt gli ospiti sono accolti da una reception grande come un campo di palla a mano. Ad un’estremità ci sono tre signorine dietro il tavolo. Una è libera.
- Per favore, mi può chiamare la stanza numero 425, grazie.
- Con chi desidera parlare?
- Morten Harket.
La receptionist controlla sul computer. Quando controlla, si ricorda solo di un funzionario di banca davanti a un cliente con il conto scoperto.
- Mi dispiace non c’è nessuno con questo nome - dice.
É il caso di chiamare il manager.
- E’ registrato con un altro nome. Ma mi deve promettere che non pronuncerà a voce alta lo pseudonimo – suggerisce Wiik.
Il nome è così particolare che la signorina comincia a ridere.
- Very good – dice e chiama.
- Mmhmm, - dall’altro capo del telefono è la risposta di una delle voci più riconoscibili della musica pop.

É strano suonare gli a-ha
Morten Harket scende nella hall dell’hotel indossando una giacca di pelle, una camicia aperta fin sopra il petto e dei jeans che sembrano essere stati strappati dalle grinfie di un leone. C’è un motivo preciso per cui lui si trova qui. Vendere dischi. Il nuovo si chiama Out of my hands; i dieci brani segneranno la fine del 52enne con gli a-ha e la ripartenza di una carriera da solista che durerà a lungo. Il disco è uscito ieri. Prima dell’uscita, le recensioni: “Molto ben orchestrato, bei brani pop, ma niente di più”, scrive il Dagbladet (votazione 3). "Non è un piccolo problema che uno dei brani più forti dell’album è la trasposizione in inglese di un brano dei Kent di dieci anni fa”, scrive il VG (voto: 3). "Il passo in avanti più grande dell’album è l’aver preso le distanze dalla malinconia”, sostiene l’Aftenposten (voto: 4). Harket non ha molto tempo per leggere. Lunedì, tra due giorni inizia il tour a Krasnojarsk – in Siberia. In dieci serate, farà 7 concerti in Russia. Dopo il tour all’est, tocca alla Germania, La Svizzera, il Belgio, la Francia e l’Inghilterra. Quando le ferie finiscono è il turno di Oslo, Brasile, Argentina e Chile.
Questi sono i paesi in cui gli a-ha sono andati forte. Ma Morten Harket…da solista? Tutto quello che è, lo deve agli a-ha. Tutti i giornalisti che hanno fissato un appuntamento con lui lo hanno fatto per quello che lui ha rappresentato con la sua band tra il 1982 e il 2010.
Persino sul suo sito si presenta come: The voice of a-ha – Morten Harket.
Il progetto è pieno di autoconsapevolezza e incertezze. Harald Wiik si chiede:
- Il mondo è pronto per Harket senza gli a-ha nel 2012? Non lo sappiamo. Forse ci sbaglieremo. Ma ci crediamo.
Il protagonista dice che deve pur cominciare da qualche parte. È consapevole del fatto che la gente ha difficoltà a considerarlo senza gli altri due componenti del gruppo. Tuttavia, agli inizi del progetto da solista ha rimuginato a lungo: se devo cantare i brani degli a-ha, devo farlo con Paul e Magne? Posso fare un tour e suonare solo miei brani?
Alcuni mesi dopo altre domande: Quanti brani degli a-ha deve includere? E Quali?
La scelta di presentare brani degli a-ha nel tour, ritiene che sia una forma di rispetto. Rispetto per se stesso, per quello che sono stati gli a-ha e per quello che il pubblico, in fondo, si aspetta.
- Alcuni brani li trovo più strani di altri da suonare senza Paul e Magne. "Stay on these roads" è semplice, perché lì ho giocato un ruolo importante. Ma "Hunting high and low"? Paul l’ha scritta veramente agli inizi e quando me la fece ascoltare, capii immediatamente il nostro calibro. Ci sono degli episodi di vita legati a quel brano: quando lo registrammo, ricordo che Magne ci aggiunse all’improvviso quel magnifico intermezzo al piano. E poi, subito dopo, si dimenticò cosa avesse suonato. Storie di questo genere. Anche se molti associano quel brano alla mia voce, non sono sicuro se lo suonerò.
- E per quanto riguarda "Take on me"?
- Quella è facile. Per me quel brano è staccato dal resto. Vive di vita propria da 25 anni, è come un bambino che ci prende per mano, sempre – commenta.
In Out of my hands è stato “aiutato” da alter star: un brano è una cover di Espen Lind, "Scared of heights". Un altro è una variante inglese del successo svedese dei Kent "Kärleken väntar". E come se non bastasse, si aggiungono le leggende del pop,i Pet Shop Boys con il brano-regalo "Listening". I Pet Shop Boys! La Band di "West End Girls", che gli a-ha sentivano ovunque quando giunsero a Londra nel 1984.
- Un brano dei Pet Shop Boys, lo avrei voluto comunque includere. È così divertente – dice Morten.
C’è un però: le cover norvegesi, svedesi e i regali dall’Inghilterrra, perché?, perché c’era poca scelta o per mancanza di tempo nel preparare delle cose tue?
Harket la vede diversamente. Dice che forse sta prendendo seriamente in considerazione l’idea di esportare grandi brani scandinavi e farli conoscere al grande pubblico. Ma prima, il grande pubblico deve accettare e accogliere Morten Harket senza gli a-ha.

"Morten, Morten, Morten"
È mezzanotte, quando ci salutiamo. Due donne adulte gli si buttano al collo appena lui si allontana. Harket abbraccia e saluta prima di andarsene a letto.
Il giorno dopo inizia con il trucco da Ute Metha.
"Che lavoro incredibile mi è capitato” esclama Metha, che aveva i poster di Harket attaccati alla parete negli anni ’80. Per il resto della giornata, lo segue con una valigetta in mano. Appena fuori dalla reception, 10-12 donne lo aspettano all’ascensore. Sono guidate da quello che l’artista definisce, il fiuto dei Cocker Spaniel. "Morten, Morten, Morten", chiamano e una di loro si toglie una cintura di pelle e vuole che lui gliela autografi. Non c’è tempo, ora. L’autista e la guardia del corpo Sebastian ci allontanano.
Nel minibus che ci porterà alla stazione radio NDR 2, Harket dice:
- Sono stato esposto più di chiunque altro. Ho trascorso ore a firmare autografi. Ma non ho problemi ad andare oltre e ignorarli. Devo trattare la gente così. Ho accettato il fatto che si tratta di una situazione per la quale non posso fare molto. Non riesco a incontrare i desideri di tutti.
- Sei riconosciuto ovunque?
- Sempre. La maggior parte delle volte non te ne accorgi. Ma io ho gli occhi anche dietro al collo e riesco a vedere e prevenire molte situazioni.
- Molti artisti sostengono che nei loro rispettivi paesi d’origine si sentono al sicuro. Ti senti sereno a Oslo?
- Dipende da quello che intendi. Se stare in pace, significa rimanere seduti in un posto e tutti ti guardano, allora sì, succede. Quando diventi un personaggio pubblico, sei escluso dalla società. Lo stai facendo anche tu! La comunità punta il dito e ti vede in un altro modo. Il successo è grandioso, e il prezzo da pagare è alto. Non me ne faccio un problema. È un dato di fatto.
È ovvio. Gli a-ha dovevano conquistare il mondo, con quel bel frontman dalla voce distintiva. La band avrebbe potuto sfornare una hit dopo l’altra, ma si trattava anche di avere presenza e identità; c’era un qualcosa dei Beatles nel trio norvegese: adolescenti urlanti, svenimenti, abbracci che lui non avrebbe mai immaginato di ricevere. E anche se ha 52 anni, ora, con evidenti rughe di espressione e una vistosa calvizie, si parla ancora di Morten Harket-oggetto. Come fa a mantenersi in forma? Harket dice che non si allena. Avrebbe voluto farlo, si è quasi costretto, ma con tutte le pressioni che lo circondano non ci è mai riuscito. Ama passeggiare. Porta da sé le sue valigie. E quando gli si chiede da dove spuntano fuori quei bicipiti e tricipiti risponde che spuntano quando spazza le foglie del giardino di casa a Hurum. I muscoli gli si gonfiano facilmente.
- Beh, fortunato, beato te!
- Tutti lo dicono. Ma sono io che devo parlare del mio corpo, intervista dopo intervista. È doloroso.
Non più doloroso di utilizzare quel corpo muscoloso sulla copertina dell’album, Out of my hands. Emerge dall’acqua. Una cantante donna non avrebbe forse suscitato critiche per una copertina così?
- A dir il vero, non emerge un granché. È più una sagoma scolpita. E comunque, mi avete rotto per 25 anni con questa storia del corpo, che ora ho deciso di metterlo a fuoco da me.

Successi e clamori
A radio NDR2, con oltre due milioni di ascoltatori ogni giorno, due donne aspettano sulle scale per poterlo vedere arrivare. Un impiegato chiede se Harket ha con sé il pass. Alcuni minuti dopo l’ingresso dell’artista, inizia l’intervista.
- Come è il rapporto con gli altri ragazzi degli a-ha? – è la domanda di apertura dell’intervistatrice Elke Wiswedel. Morten Harket ritiene che tutti coloro che fanno questa domanda si dimenticano del rispetto e dell’amore che c’è tra lui, Paul Waaktaar-Savoy e Magne Furuholmen. Erano capaci di attraversare mezza Europa senza scambiarsi una parola, cocciuti e orgogliosi, ma non sono state quelle le qualità che hanno reso possibili brani come "Hunting high and low", "Scoundrel days", "Manhattan skyline", "Living a boy's adventure tale",
"Lifelines" e l’intero album Foot of the Mountain, che ha raggiunto il quinto posto nelle classifiche inglesi? La Band litiga. Al punto che non riescono più ad essere una band. C’era uno dei tre che voleva continuare a far vivere gli a-ha? Dopo una nottata e centinaia di domande simili, è lo stesso Morten Harket che non vuole più rispondere.
- Sono stanco di parlarne - dice.
Nello studio di Wiswedel, Harket si lascia fotografare con tre vincitori di un concorso e con la conduttrice. Firma foto e libri con lo stesso trasporto con cui firmerebbe una ricevuta, subito dopo viene accompagnato da un’altra giornalista dello stesso canale radiofonico.
- Come è stata quell’ultima sera con gli a-ha?- domanda Kristina Bischoff. Si tratta di un’intervista più approfondita della precedente. Harket parla dei suoi figli (“Non hanno bisogno di sapere chi sono, ma cosa non sono nello scegliere le cose che non fanno”), del denaro (“Mi fido ciecamente degli altri, non voglio avere il controllo delle finanze, mi cambierebbe troppo) e dell’ambiente (“il mondo piange, la civiltà è sull’orlo del precipizio”).

"Il principe delle nebbie"
Quest’ultimo intervento introduce un dilemma: Morten Harket è definito il “principe delle nebbie”. Per questo viene parodiato. Al limite del ridicolo. Spesso se ne esce con una serie di lunghi pensieri intricati che richiedono molta concentrazione nell’ascoltatore. Intervista dopo intervista, è come se si riscaldasse e poi comincia e te ne accorgi dal fatto che l’intervistatore comincia a girovagare con lo sguardo; lui o lei hanno talmente poco tempo che preferirebbero sentirlo parlare di "Take on me" o di Paul e Magne o del suo ultimo lavoro solista e alla fine se ne escono con la battuta: “ben detto” oppure “ proprio un bel pensiero”, e intanto il giorno dopo i titoli sul giornale recitano “philosophisch Harket – Harket, il filosofo”, mentre il 52-enne ha lo sguardo interrogativo di chi dice: “Ma mi stai ascoltando? È importante!”.
Io stesso ho un’ora intera di registrazione di questo tipo. Ma non si tratta di “nebbie”. È l’espressione del fascino per la natura e il mondo; sulle possibilità della civiltà di passare dal nulla a quello che siamo oggi:
- C’è solo una cosa che parte dal nulla e diventa qualcosa: la canzone. – dice Harket.
Ed è con l’entusiasmo di un ragazzino che tira fuori il libro di un filosofo ungherese Ervin László, che scrive del fatto che in ogni essere umano muoiono 600 miliardi di cellule al giorno, dieci milioni al secondo. Si muore ogni istante, c’è l’inquietudine per lo scioglimento dei poli, delle temperature in aumento e la paura che forse abbiamo troppo poco tempo per invertire la rotta. Nebbie? No, ma semplicemente tutto questo è meno commerciabile di "Take on me".

Mentre stiamo uscendo da NDR2, un canale virtuale chiede di fare una vide-intervista. Domanda: "Cosa prova quando suona "Take on me"?". Risposta: "Cosa provi quando ti metti seduto a pranzo? ". Domanda: ”Potresti cantare?”. Risposta: "Ora? No. Non canto a comando. Io non dico all’ingegnere della Mercedes quando lo incontro “Creami una vettura, ora” né all’idraulico “Mi stringeresti il tubo del rubinetto” !” Quando l’intervista finisce, dice spazientito:
- Credono che vada a corrente. Pretendono che mi metta a cantare e ballare per loro. – sulle scale lo sento ancora borbottare tra sé e sé: - Please, Michael Jackson, do the
Moonwalk (in inglese nel testo: Per favore, Michael Jackson, che ci potresti mostrare il moonwalk).

Siamo ad Amburgo
Si sposta in Germania con un seguito minimalista: Una PR della Universal tedesca, Britta Ostermann, ed un’autista/guardia del corpo della società VIP. L’unica persona che lo accompagna dalla Norvegia è il suo manager, Harald Wiik. I due hanno storie diverse. Wiik era un batterista e si trasferì a Los Angeles con la band Money Talks nel 1986, l’anno dopo il successo di "Take on me" nella classifica Bilboard in USA. Mentre Morten Harket e gli a-ha diventavano sempre più famosi e ricchi, i Money Talks si scoraggiavano sempre più. Nel 1999, Wiik divenne il manager del gruppo di Paul Waaktaar-Savoys, i Savoy. Nel 2005 lo divenne del gruppo stesso, gli a-ha e notò “le eterne coincidenze della vite”. Ora, il 46-enne, con lo zaino, la giacca a vento e la suoneria del cellulare di un cane che abbaia, è un passo dietro l’artista e se ne prende cura. Ma non crediate che Wiik sia un succube. Anzi, è stata sua l’idea di far cantare a Morten Harket il brano di Espen Lind, "Scared of heights". Ed è stato lui, il 22 luglio a capire che ci sarebbe stato un concerto commemorativo (per gli eventi di Utøya) e a prendere in mano il telefono e chiamare tutti e tre i componenti degli a a-ha, dicendo: Ci chiameranno nel giro di 24 ore. Risponderò che voi ci sarete.
E i tre hanno risposto immediatamente di sì.
Ora, Wiik siede nel retro del minibus, diretti verso l’ultima intervista. La rivista BILD, desidera incontrare Morten Harket a Reeperbahn, dove c'erano bar e bordelli. Divenuto poi un giardino botanico. Morten Harket, che è appassionato di fiori, dice alla giornalista, Lien Kaspari, il nome di un’orchidea che ha appena visto nel giardino.
- Perché ti piacciono i fiori? – domanda lei.
- Perché apparteniamo alla stessa discendenza.
- Credi in Dio? – domanda lei.
- Saltelli da un punto all’altro come una lepre! Prima bisogna stabilire se siamo d’accordo sulla definizione di Dio, di cosa stiamo parlando. Oh, questo è un mix di orchidee di due generi diversi - conclude.
Dopo che la tanto odiata foto di Morten Harket-scimmia nella giungla è stata scattata, finalmente si sprofonda soddisfatto nel sedile della macchina. Viaggia sempre con una chitarra. Ne ha portata una nuova di zecca, un regalo di Steinegger. Proprio prima dell’ingresso nell’area VIP dell’aeroporto, una signorina che ha in mano i nostri biglietti si dispiace per non poter inserire la chitarra nel bagaglio a mano sull’aereo.

Te donne, cinque figli
Torna a casa dalla convivente, Inez Andersson, e dalla figlia, Karmen Poppi, che i due hanno avuto insieme nel 2008. Il musicista ha in tutto cinque figli da tre donne diverse. È complicato?
- Tutto dipende da coloro che sono coinvolti. Si tratta molto di come ci si aggiusta. Di come stanno i figli, questo è quello che conta. Ovviamente si tratta anche di come può funzionare tra adulti. È necessario che ci si aspetti, dalle ex-compagne, il fatto che io ci sia. Altrimenti sarebbe inaccettabile.
- E’ stato doloroso rompere ?
- Non è mai bello. Giungi a quella conclusione perché ritieni che sia la via più giusta. Ma non è così per tutti coloro che ne sono coinvolti - conclude.

Nel futuro prossimo, la famiglia deve necessariamente essere messa in secondo piano. Lui e i suoi musicisti dovranno suonare, anche la stampa norvegese pretenderà le interviste per il lancio promozionale e inoltre, dovrà tornare in Germania per il tour. Sapere dove, non è affatto uno scherzo quando glielo si chiede.
- E’ un bell’aeroporto - dice Harald Wiik, mentre i due sono seduti fianco a fianco.
- E’ Tegel? chiede Morten Harket.
- Morten, siamo ad Amburgo, non a Berlino.

Questo fine settimana un volo charter da Gardermoen, con brani nuovi che nessuno ha ascoltato prima e brani vecchi che tutti conoscono, lo porterà in Siberia. Allora, arriveranno le prime risposte alla fatidica domanda: La gente vorrà ancora Morten Harket?
Prima di congedarci sulla strada, risponde:
- Ci sarà un motivo per cui sono stato io a diventare Morten Harket, quello che sono. Non ci sarà una nuova versione di me stesso, all’improvviso. Non c’è nessun nuovo Morten Harket nascosto dietro l’angolo. Continuerò a essere quello che sono ancora per un po’.
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